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Acquacoltura, settore strategico per la sicurezza alimentare e le produzioni sostenibili

L’acquacoltura, settore strategico per la sicurezza alimentare e le produzioni sostenibili
Foto Confagricoltura

Le potenzialità dell’acquacoltura, che ha bisogno di certezze

Regole chiare e uniformi. Anche l’acquacoltura reclama a gran voce quello che in Italia richiedono tutti gli imprenditori, in ogni settore produttivo.

È evidente che, in mancanza di certezze normative – anche per quanto riguarda le concessioni – diventa impensabile investire nel lungo periodo, come invece richiede l’acquacoltura.

Nella splendida sede romana di Confagricoltura si sono svolti gli “Stati generali della maricoltura”, occasione di confronto per gli operatori del settore che hanno evidenziato le criticità di un settore che ha bisogno di innovazione e di operare in un perimetro normativo ben definito.

Le aziende agricole del mare

Le «aziende agricole del mare», come le ha definite Luca Brondelli di Brondello, vicepresidente di Confagricoltura, fanno un vero e proprio allevamento zootecnico in mare, non solo nelle acque dolci. È diventato un settore strategico per la sicurezza alimentare e per le produzioni sostenibili, perfetto esempio di economia circolare.

«La blue economy ha un fatturato annuo di 65 miliardi di euro, 5,5 (9%) dei quali derivano dalla filiera ittica che crea un milione di posti di lavoro; inoltre per ogni miliardo investito ne genera 1,8 per il nostro tessuto economico.

La pesca ha volumi stabili o in calo, mentre l’acquacoltura è in crescita. In Italia si producono mediamente 185milioni di tonnellate, di cui 94 derivano dall’acquacoltura. I consumi sono in aumento a livello globale (in Italia il consumo pro capite è di circa 30 Kg all’anno).

Il 90% della produzione italiana è di orate, spigole e trote. Se la maricoltura rappresenta 1/3 della produzione totale, come valore aggiunto rappresenta il 50%».

Solo 22 impianti per l’acquacoltura su 8.300 chilometri di coste

L’Italia è il primo consumatore mondiale di spigole, ma purtroppo solo il 20% è di produzione italiana: la bilancia commerciale è in negativo per 6 miliardi di euro.  

«Serve un piano produttivo e strategico, che punti sul miglioramento genetico, sulla sostenibilità che viene dall’innovazione (ad esempio nel settore della mangimistica) e soprattutto una campagna informativa per incentivare i consumi e spiegare al consumatore che si tratta di un prodotto sano, sostenibile e di grande pregio».

È un settore da sviluppare, eppure su 8.300 chilometri di coste sono autorizzati solo 22 impianti per l’acquacoltura: quindi non solo bisogna stabilizzare queste concessioni ma anche cercare di aumentarle.

Garantire la competitività delle imprese

«Dobbiamo garantire la competitività delle imprese: l’Italia ha perso quote rispetto ad altri paesi. Mentre gli altri hanno investito nel comparto, noi siamo rimasti fermi a trent’anni fa.

Una situazione che ripercussioni sull’economia e sull’occupazione», ha affermato Claudio Pedroni, vicepresidente esecutivo Maricoltura di API (Associazione Piscicoltori Italiani).

Pedroni cita l’esempio della Norvegia, che «trent’anni fa produceva circa 15mila tonnellate, oggi raggiunge 1milione e 500mila tonnellate. La filiera del salmone ha pareggiato l’attività storica del paese, l’estrazione petrolifera.

In Ecuador la gambericoltura è la prima attività del paese, in Cile – dopo l’estrazione del rame – viene il salmone.

In area mediterranea, la Turchia ha incrementato la produzione del 100% in 20-30 anni: la produzione di orate e spigole rappresenta il 40% della produzione mondiale. Sulla produzione ittica si fonda l’economia della Grecia».

L’accettazione sociale dell’acquacoltura

È necessario cambiare approccio ai problemi. Ad esempio, non si deve gestire il benessere animale come un ostacolo alla produzione ma come un modo per migliorarla e aumentare sostenibilità e qualità.

Numerosi i punti chiave evidenziati da Matteo Leonardi, presidente API (Associazione Piscicoltori Italiani).

Cosa succede in Italia

In Italia la produzione è rimasta ferma a trent’anni fa mentre il consumo pro capite è cresciuto. Pedroni sottolinea anche che le avannotterie italiane sono un’eccellenza che produce 180 milioni di avannotti destinati agli allevamenti di tutta l’area mediterranea.

Tema da non sottovalutare è il cambiamento climatico, che sta modificando gli equilibri marini e impone una spinta all’innovazione.

Incide pesantemente sull’acquacoltura, ha sottolineato Pedroni: «Il rialzo di 2°C della temperatura ha aumentato le patologie dei pesci e ha causato una perdita di produzione del 30%.

Per questo è importante adottare misure di protezione per garantire la sicurezza delle produzioni e la resilienza del settore».

Pedroni segnala il tema delle concessioni: l’immagine di seguito spiega meglio di tante parole il perché del declino italiano, dove lo Stato non ha deciso di puntare sulla maricoltura. Quindi «la sovranità alimentare non sia uno slogan, se non si traduce in pratica serve a poco».

Quali prospettive?

Il nostro modello ormai è superato. Il futuro richiede:

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