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Il futuro dell’agroalimentare in Italia e in Europa

Foto di Ulrike Leone da Pixabay

di Isabella Ceccarini

Come sta cambiando l’agroalimentare? Saprà mettere la sostenibilità al primo posto? Sarà capace di coniugare la necessità di aumentare la produzione di cibo con il rispetto dell’ambiente?

Su queste sfide cruciali si sono confrontati i relatori dell’incontro “L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere”, organizzato da WITHUB e dalla sua Fondazione Art. 49 insieme a GEA ed EUNEWS.

Il valore dell’agroalimentare italiano

Perché in Italia è così importante parlare dell’agroalimentare? Per almeno tre buoni motivi: economici, identitari e ambientali.

Vediamo alcuni numeri per capire il valore economico del sistema dell’agroalimentare italiano: 549 miliardi di euro, ovvero il 15% dell’economia nazionale. Nel contesto europeo, l’Italia è al secondo posto (13,5% del totale) dopo la Francia per valore della produzione agricola.

In Italia sono dedicati all’agricoltura 12.535.358 ettari: il 17% sono colture permanenti come olivo (994.318 ettari), vite (635.951 ettari) e frutteti (392.484 ettari). 1.133.023 aziende agricole occupano 913.000 persone, generando un valore pari a 64,3 miliardi di euro.

L’agroalimentare con le sue tante tipicità (siamo campioni di prodotti Dop e Igp) costituisce una parte dell’identità italiana con cui il nostro Paese è percepito all’estero: una storia di tradizione e innovazione, di qualità e di sicurezza.

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Non è un caso se i prodotti italiani sono i più apprezzati e i più imitati: l’Italian Sounding da un lato è un enorme problema economico e d’immagine, dall’altro ci inorgoglisce perché si copia solo dai migliori.

Quattro temi caldi

L’evento è stato suddiviso in quattro panel:

  1. Nutriscore e packaging: rischi e opportunità per il sistema agroalimentare italiano
  2. Avvertenze sanitarie sulle etichette degli alcolici: l’impatto sulla salute e quello sul settore vitivinicolo
  3. New food: insetti e carni sintetiche, la nuova frontiera della sicurezza alimentare
  4. Il ruolo dell’innovazione e la spinta del PNRR per l’agricoltura sostenibile

Il sistema di etichettatura fronte pacco Nutriscore, ideato dalla Francia (dove è entrato in vigore nel 2017 su base volontaria) è stato adottato anche in Belgio, Germania, Lussemburgo, Spagna e Paesi Bassi. Perché altri Paesi, Italia in testa, non concordano con il Nutriscore?

L’obiezione principale è questa etichettatura a colori sia fuorviante. Per 100 grammi di prodotto sono considerati come salutari le proteine, la frutta/verdura, le fibre e i legumi; sono invece ritenuti dannosi le calorie, i grassi, i carboidrati e il sale.

Come nota Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, si arriverebbe al paradosso di avere le patatine fritte con il semaforo verde e il Parmigiano Reggiano con il semaforo quasi rosso. Muoversi seguendo la logica dell’emergenza è inutile, serve una strategia da elaborare con chi ha interessi simili ai nostri, e anche la nostra industria agroalimentare dovrebbe fare uno sforzo e usare l’etichetta Nutrinform.

Prandini spiega, cifre alla mano, che l’agricoltura italiana è la più sostenibile. Ad esempio, l’impatto delle emissioni globali della zootecnia è del 14%, quelle dell’Unione Europea del 7%, quelle dell’Italia del 4%.

Serve una visione e lavorare in sinergia anche con settori apparentemente distanti dall’agricoltura se vogliamo creare una circolarità dell’economia che faccia bene all’ambiente.

Valutare l’equilibrio della dieta

Come ha sottolineato Andrea Poli, presidente di Nutrition Foundation of Italy, l’algoritmo su cui si basa Nutriscore è superato dalle evidenze scientifiche più recenti. Ha senso impostare un sistema su criteri vecchi?

Inoltre non esistono cibi buoni o cattivi in assoluto, quello che conta è il profilo alimentare della persona, ovvero l’equilibrio complessivo della sua dieta.

Un altro appunto di Poli è sul fatto che non può esistere un unico criterio uguale per tutti che viene imposto dall’alto: un metodo in aperto contrasto con il principio che le persone devono essere formate e informate per essere in grado di fare scelte consapevoli.

Il fondamento del sistema Nutrinform Battery proposto dall’Italia è che nessun alimento va demonizzato, si deve consumare tutto con equilibrio in armonia con il proprio stato di salute generale.

Un ostacolo alla produzione primaria

WITHUB e GEA, in collaborazione con il Centro Nutrafood dell’Università di Pisa, hanno ideato un simulatore per valutare tre simboli dell’agroalimentare Made in Italy con il sistema a semaforo: olio d’oliva, Parmigiano Reggiano e Prosciutto di Parma. Per tutti i prodotti Nutriscore valuta solo gli elementi “negativi”, trascurando totalmente i tanti elementi preziosi per la salute che essi contengono.

Infine, Nutriscore penalizza in modo drastico l’agroalimentare italiano proprio nei suoi prodotti di punta e più apprezzati anche all’estero, creando un grave danno economico.

Va detto però che l’etichetta a semaforo ha un impatto più immediato – il colore ti indica cosa scegliere – mentre Nutrinform va letta con maggiore attenzione.

Per Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, con il Nutriscore è in atto un vero e proprio attacco al modello della nostra produzione agricola e si chiede se la presunta attenzione alla salute delle persone non nasconda in realtà interessi geopolitici.

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A tale proposito cita la proposta francese di Ecoscore, che vorrebbe catalogare la sostenibilità ambientale con degli algoritmi.

Per Giansanti Nutriscore crea confusione e scorretta competizione tra le imprese, oltre a mettere ostacoli alla produzione primaria.

Un tema ripreso da Paolo De Castro, eurodeputato della Commissione AGRI del Parlamento Europeo: «L’agroalimentare è il primo settore manifatturiero europeo, con 200 miliardi export lo scorso anno, eppure sembra sotto attacco». Fortunatamente il lavoro di squadra dell’Italia nelle sedi europee ha imposto una riflessione più attenta sulla scelta dell’etichetta fronte pacco, ma l’ultima parola non è ancora detta.

Il vino è davvero così dannoso?

Il secondo panel nasce dalla decisione dell’Irlanda di inserire sulle etiche di vino, birra e superalcolici delle avvertenze sulla nocività di queste bevande e sui rischi legati al loro consumo.

Un dibattito animato che ha valutato aspetti diversi del consumo di vino e alcolici in generale.

Nel 2021 la Commissione Europea aveva annunciato proposte per ridurre il “consumo dannoso” di alcol. Tra queste rientrava l’etichettatura obbligatoria con elenco degli ingredienti, dichiarazione nutrizionale e avvertenze per la salute.

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All’inizio del 2022 si è raggiunto un compromesso che ha permesso maggiori informazioni sulle bottiglie, ma senza riferimenti ad avvertenze sanitarie.

Con il via libera alla norma irlandese anche altri Paesi potrebbero adottare un’etichetta simile (come peraltro raccomanda l’OMS).

L’Italia è il primo paese produttore di vino nel mondo e il secondo esportatore. Demonizzare il vino però metterebbe in crisi un comparto produttivo che in Italia fattura 13 miliardi di euro: un mondo fatto di 310.000 imprese viticole, 38.000 imprese vinificatrici e 674.030 ettari di superficie coltivata.

Foto di Mandy Fontana da Pixabay

Per Stefano Vaccari, presidente del CREA, il vino fa parte della nostra cultura ed è presente anche nel modello della dieta mediterranea, quindi non ha senso eliminarlo. Bisognerebbe sganciare il concetto di vino dall’alcol, ma resta fondamentale educare al consumo moderato e responsabile.

Temi ripresi da Michele Contel, vicepresidente dell’Osservatorio permanente Giovani e Alcol.  L’età minima legale è importante e non si possono ignorare i danni da abuso di alcol, ma c’è differenza tra uso e abuso.

L’approccio irlandese vorrebbe assimilare l’alcol al tabacco, criminalizzando un prodotto che ha delle controindicazioni per la salute ma anche dei vantaggi, ed è sostanzialmente coercitivo.

Anche in questo caso non si responsabilizzerebbe il consumatore, che è invece la base per assumere comportamenti corretti.

Scienza e politica devono collaborare, afferma Elena Lizzi, eurodeputata e componente della Commissione AGRI del Parlamento europeo.

«Il via libera non è ancora definitivo, la procedura va ancora autorizzata da parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: il governo, assieme ad altri Paesi, sta cercando di convincere l’Irlanda a fare un passo indietro verso un compromesso accettabile».

Insetti e carne sintetica saranno l’alimentazione del futuro?

Come si può immaginare, il tema dei novel food, ovvero insetti e carni sintetiche, scalda la platea. Sul tema è stato interrogato anche Patrizio La Pietra, sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste.

Premettendo la sua preferenza per i cibi naturali, ha messo in rilievo una differenza di base: gli insetti – che rientrano stabilmente nelle diete in molti paesi del mondo – a molti suscitano ribrezzo ma sono comunque un cibo naturale, anche se lontano dalla nostra cultura alimentare. L’importante è che siano allevati in modo controllato dal punto di vista della qualità e della salute.

Diverso è il discorso per la carne sintetica, un prodotto di laboratorio sulla cui sostenibilità c’è molto da discutere: il consumo di acqua e di energia è importante. Inoltre è un cibo altamente processato, proprio quello che non va bene per la salute.

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Dietro alla carne sintetica ci sono investimenti veramente molto ingenti, che rendono legittimo dubitare che si stiano portando avanti esperimenti solo per il benessere dell’ambiente. Per quello delle persone è ancora tutto da stabilire.

Innovazione e sostenibilità

L’innovazione è il perno dell’agricoltura sostenibile. Il PNRR riconosce nella modernizzazione del sistema agroalimentare un elemento strategico per il rilancio dell’Italia.

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Il PNRR destina 4,88 miliardi di euro, circa il 2% dei fondi disponibili, all’innovazione in agricoltura. Cinque le misure da attuare:

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